Figli per sempre?

  • Autore: GABRIELLA PERUSIA
  • 01 dic, 2017
figlie fanno un regalo alla mamma
Se tua mamma critica il rapporto con il tuo partner, e con il tuo padre è scontro aperto sulla politica, la tua relazione con i genitori è perfettamente nella norma. Uno studio di psicologia, compiuto da un team di specialisti, ha rivelato che il rapporto tra i figli adulti – di età compresa tra i 25 e i 45 anni di età – con i propri genitori è generalmente simmetrico e positivo, con qualche eccezione. Gli argomenti più spinosi sono proprio quelli esternati sopra, tuttavia i conflitti aperti sono rari e c'è un impegno comune per evitarli. Con i genitori si litiga di più rispetto agli amici e di meno rispetto al partner: la classifica rispecchia perfettamente una scala di importanza relazionale che vede i genitori al secondo posto dopo il proprio compagno e prima degli amici.

Il rapporto fra genitori e figli in età adulta

Il rapporto simmetrico tra il figlio adulto e i genitori oggi non è un'utopia, e rappresenta anzi un desiderio comune nelle famiglie. È stato verificato, ad esempio, che i figli tendono ad avere un rapporto paritario con la madre a partire dai 25 anni, mentre fino ai 40 il padre è considerato dominante e ne è particolarmente apprezzata l'esperienza. D'altra parte con la madre si instaura un rapporto più emotivo, con il rischio però di ingerenze considerate eccessive nella propria vita privata.

Con il passare degli anni e l'evoluzione dei rapporti genitori-figli, però, non tutto è destinato a cambiare. Resta sempre invariata la considerazione dei genitori come un porto sicuro e un punto di riferimento certo. Padre e madre sono interlocutori privilegiati quando c'è qualche problema oppure quando si ha bisogno di un consiglio: vengono apprezzati il primo per le sue conoscenze e la seconda per l'empatia.

Se i genitori sono importanti nella vita dei figli adulti, quale ascendente ha la prole nella vita di padre e madre? L'influenza dei figli sui propri genitori si concretizza attraverso un cambiamento nel comportamento e anche negli atteggiamenti, per esempio nella sensibilizzazione all'importanza dell'esercizio fisico e all'utilizzo della tecnologia. Lo scambio tra le nuove e le vecchie generazioni è generalmente molto apprezzato dai genitori, e tende a essere più efficace nelle famiglie aperte a livello intellettuale.

In conclusione, è lecito affermare che dai 25 ai 45 anni il rapporto dei figli con i genitori ha uno sviluppo positivo.
Autore: GABRIELLA PERUSIA 01 dic, 2017
Se tua mamma critica il rapporto con il tuo partner, e con il tuo padre è scontro aperto sulla politica, la tua relazione con i genitori è perfettamente nella norma. Uno studio di psicologia, compiuto da un team di specialisti, ha rivelato che il rapporto tra i figli adulti – di età compresa tra i 25 e i 45 anni di età – con i propri genitori è generalmente simmetrico e positivo, con qualche eccezione. Gli argomenti più spinosi sono proprio quelli esternati sopra, tuttavia i conflitti aperti sono rari e c'è un impegno comune per evitarli. Con i genitori si litiga di più rispetto agli amici e di meno rispetto al partner: la classifica rispecchia perfettamente una scala di importanza relazionale che vede i genitori al secondo posto dopo il proprio compagno e prima degli amici.
Autore: GABRIELLA PERUSIA 01 dic, 2017
L'idea di non farcela da soli e di dover chiedere aiuto agli altri fa paura. Spesso questo modo di pensare ci fa credere che potremmo essere esposti al rischio di essere delusi. Questi timori, molte volte inconsapevoli o difficili da ammettere a se stessi, possono essere un ostacolo nelle relazioni con gli altri ma anche nell'intraprendere un percorso di psicoterapia efficace. Chi non è disposto a mettersi in gioco sul piano emotivo, infatti, si ritroverà a instaurare relazioni fredde e a richiedere un intervento puramente professionale allo psicologo: l'inevitabile fallimento del risultato sarà considerato come un'ulteriore conferma che nessuno sia in grado di aiutarci e che rivolgersi a uno psicoterapeuta sia inutile.

Per non rimanere delusi dalle proprie relazioni , come anche dalla psicoterapia, è importante comprendere prima di tutto cosa ci si può aspettare o meno dall'altro e come porre la propria richiesta nel modo giusto.
Autore: GABRIELLA PERUSIA 01 dic, 2017
“Non mi va di raccontare a un estraneo i miei problemi di relazione: a cosa serve?”. È questa l'obiezione più frequente alla proposta del partner di intraprendere una terapia di coppia, che però può essere facilmente smentita dagli psicoterapeuti. Quando si vivono situazioni di incomunicabilità e si è persa la complicità con il proprio compagno e l'armonia che c'era durante la fase iniziale dell'innamoramento, rivolgersi a un arbitro terzo, competente, con uno sguardo oggettivo e non coinvolto a livello emotivo è la migliore garanzia di un'analisi imparziale e affidabile. In realtà dietro la resistenza – in generale da parte maschile – alla terapia di coppia, si cela la riluttanza inconscia ad aprire un nuovo dialogo con la partner e si manifesta la difficoltà dell'uomo a intraprendere un percorso introspettivo che coinvolga le proprie emozioni profonde.
Autore: GABRIELLA PERUSIA 06 set, 2017

L’uomo è un animale sociale  ”, scrisse il filosofo Aristotele nella sua opera ‘Politica’, “ in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società ”. Partendo da questa famosa affermazione, possiamo riflettere sulle interazioni tra gli individui di una società.

Le interazioni e le abilità sociali sono dei fenomeni che diamo per scontato, in quanto parte della comunicazione e della vita quotidiana. Una corretta relazione con gli altri è invece alla base delle relazioni umane e dell’equilibrio di ognuno con l’ambiente circostante. La comunicazione però non sempre avviene in maniera corretta, e da una maniera errata di relazionarsi possono scaturire diverse problematiche che, a lungo andare, possono avere delle ripercussioni psicologiche sull’individuo.

Autore: GABRIELLA PERUSIA 16 ago, 2017

La dipendenza da sostanze è una problematica estremamente comune nella società di oggi. Pensando al termine dipendenza subito si collega il disturbo a droghe di vario genere; in realtà la dipendenza include tutta una serie di sostanze che sono per così dire socialmente accettate.

Parliamo di alcool o di farmaci, come ad esempio le benzodiazepine, la cui assunzione viene considerata normale o all’ordine del giorno. Queste sostanze, nocive al corpo, sono ben lontane dalla considerazione che nella società si ha della droga, nonostante causino assuefazione e dipendenza quasi allo stesso modo.

Sviluppare una dipendenza da sostanze è pericoloso in qualunque caso, si tratti di droghe più o meno pesanti, farmaci o alcool. Assumere sostanze in grande quantità deve essere riconosciuto come il campanello d’allarme, il primo passo che precede lo sviluppo di una dipendenza vera e propria.
Autore: GABRIELLA PERUSIA 06 lug, 2017

Il termine dipendenza oggi include tutta una serie di fenomeni che, sia clinicamente che nell'immaginario comune, non sono stati ancora del tutto definiti come cause di potenziali abusi o ossessioni. L’idea di dipendenza richiama solitamente il tema della droga, dell’alcol e dei farmaci, ma questo fenomeno può riguardare anche le cosiddette non sostanze.

La dipendenza può essere infatti anche legata a una relazione sociale o a un'abitudine comportamentale, e l’abuso non è sempre relativo all’assunzione esagerata di sostanze di vario tipo, ma può anche riguardare l’utilizzo di dispositivi e dei social network, o l’estremo attaccamento a una persona e la subordinazione dei propri bisogni a quelli altrui.
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